RIFORMA MARONI

 
RIFORMA MARONI

La legge delega n. 243 del 2004 (comunemente detta riforma Maroni) e il decreto legislativo n. 252 del 2005 approvati dal governo Berlusconi sono l'ultimo atto di un processo di riforma iniziato nel 1992. Le riforme effettuate hanno largamente armonizzato le regole nei diversi regimi pensionistici, hanno innalzato l'età di accesso alle pensioni di anzianità e di vecchiaia, hanno modificato il sistema di calcolo della pensione.

Obiettivo di fondo di questi interventi è stato quello di assicurare al sistema pensionistico una sostenibilità finanziaria, obiettivo al quale per intervento sindacale si è affiancato quello di assicurare una maggiore equità nel sistema attraverso una armonizzazione dei diversi regimi pensionistici.

La necessità di operare il processo di riforma con un consenso sociale diffuso, la cui mancanza ha portato in altri paesi europei al fallimento delle riforme, ha comportato l'adozione di tempi lunghi per l'entrata in vigore di alcune misure e la distinzione per età dei lavoratori ai fini dell'applicazione di un nuovo sistema di calcolo delle pensioni. In particolare l'innalzamento dell'età anagrafica e/o contributiva per accedere al pensionamento di anzianità è stato spalmato tra il 1996 e il 2008, mentre il nuovo sistema di calcolo contributivo è stato applicato integralmente ai soli lavoratori assunti dopo il 1995 e proquota per i periodi di lavoro successivi al 1995 ai lavoratori con meno di 18 anni di contribuzione prima del 1996. Le riforme hanno prodotto ingenti risparmi di spesa, tuttavia la lunghezza del periodo di transizione e il limite posto nel 2008 di 57 anni di età per l'accesso alla pensione di anzianità sono stati oggetto di forte critica e indicati spesso come un ostacolo alla piena sostenibilità finanziaria del sistema.

L'innalzamento dell'età pensionabile è lo strumento principale indicato dall'Unione Europea per affrontare i problemi di sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici. Un pensionamento più tardivo consentirebbe, infatti, di limitare la crescita del tasso di dipendenza degli anziani prodotto dall'invecchiamento della popolazione e ridurrebbe la dinamica della spesa pensionistica. La riforma Maroni del 2004 con la legge delega 243 si è posta in questa ottica elevando l'età anagrafica per il pensionamento di anzianità. In particolare l'età necessaria per accedere a questa forma di pensionamento salirà a 60 anni a partire dal 2008, fermo restando il requisito contributivo di 35 anni. Nel 2010 il requisito di età salirà a 61 anni e nel 2014 a 62. Requisito alternativo a partire dal 2008, come già fissato dalla legge 335/95, per l'accesso al pensionamento saranno i 40 anni di contribuzione a prescindere dall'età anagrafica. Per i lavoratori autonomi i requisiti anagrafici sono superiori di un anno a quelli fissati alle varie scadenze per i lavoratori dipendenti. La 243 prevede, inoltre, la riduzione da quattro a due delle finestre di uscita per chi matura i requisiti del pensionamento di anzianità, con l'eliminazione di quelle di aprile e ottobre. Questa misura comporta di fatto un ulteriore innalzamento dell'età pensionabile che può arrivare ai nove mesi.
L'innalzamento dei limiti di età non riguarda solo il sistema retributivo o misto, ma anche quello contributivo. Per i lavoratori la cui pensione è liquidata esclusivamente con questo sistema, il requisito anagrafico minimo previsto, pari oggi a 57 anni, è elevato a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini. Gli uomini potranno, inoltre, accedere al pensionamento se in possesso di una un'anzianità contributiva di almeno 35 anni a 60, 61 o 62 anni di età rispettivamente nel 2008, 2010 e 2014. L'accesso al pensionamento resterà possibile a prescindere dal requisito anagrafico, in presenza di un requisito di anzianità contributiva pari a 40 anni. La modifica dei requisiti di accesso alla pensione di anzianità e la riduzione delle finestre di uscita dovrebbero produrre secondo le stime governative un innalzamento dell'età media di pensionamento di almeno tre anni e una significativa riduzione dell'incidenza in termini di Prodotto interno lordo della spesa pensionistica (-0,7 punti a regime pari a circa 9 miliardi di euro). L'esigenza di un innalzamento dell'età pensionabile a fronte dell'aumento della speranza di vita e dell'invecchiamento della popolazione è un problema reale, ma le modalità con cui la legge delega Maroni opera non sono condivisibili. L'innalzamento secco di tre anni a partire dal 2008 è probabilmente una misura unica nei vari esempi di riforme avvenute in questi ultimi decenni in Europa.

La gradualità è sempre stata alla base di tutti gli interventi. Introdurre una differenza di tre anni tra chi matura il diritto il 31 dicembre del 2007 e chi lo potrebbe maturare il primo gennaio del 2008 non ha nulla di logico e di equo. Ancora più negativamente deve essere giudicata l'estensione dei requisiti anagrafici per il pensionamento di 65 anni, o 60 per le donne, nel sistema contributivo. Questa estensione elimina una forma di flessibilità nel pensionamento universalmente indicata come necessaria in un sistema pensionistico moderno. La flessibilità di pensionamento tra i 57 e i 65 anni consentiva, senza gravare sul sistema per effetto dei disincentivi insiti nei coefficienti di trasformazione, di modulare le uscite dal lavoro anche secondo le proprie esigenze.

La legge delega ha sottovalutato un fenomeno insito nel sistema contributivo ed esistente, progressivamente, anche negli anni di applicazione del sistema misto. La pensione calcolata con il sistema contributivo, e con quello misto quando il peso della parte contributiva è preponderante, è sensibilmente più bassa rispetto a quella ottenuta con il sistema retributivo. L'unico strumento disponibile per il lavoratore per aumentare il suo importo è quello di lavorare più a lungo e di uscire a una età anagrafica, e contributiva, più elevata. L'incremento di tre/quattro anni dell'età effettiva di pensionamento nel sistema contributivo, rispetto all'età media di pensionamento attuale è già implicito nel funzionamento del sistema stesso, senza la necessità di porre limiti legali di età che ingessano inutilmente il sistema.

Scarica la Nota divulgativa INPS (formato pdf, 162KB)


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